giovedì 4 novembre 2010

Ascolto, parola chiave.
E' quello che mi resta dentro dopo una lunga conversazione.
Sono troppo abituata a sentire, molto meno ad ascoltare.
Anche quando reclamo comprensione senza rendermi conto che ne abbiamo bisogno tutti, basterebbe riconoscersi  nel cuore di ognuno, immedesimarsi, avere com-passione per gli altri. O quando fingo di comprendere una persona, una situazione... o quando fingo di non essere in grado di farlo, per noncuranza, per pigrizia, per frettolosità.

Stamattina pensavo al fatto che ci sono momenti in cui il silenzio è lontano, la mente è confusa da un meltin pot di voci, urla, suoni, immagini ... sensazioni ... e faccio fatica a trovare un angolino di silenzio, invece indispensabile per raggiungere un po' di pace.  E tutto diventa più complicato.
Devo imparare a saziare la fame dell'anima, perchè di questo si tratta.
Poi, mi capita di pensare alle cose che vorrei fossero, ma non sono; a quelle che vorrei fare ma non faccio... e tutto questo mi porta a sentirmi un po' più vuota, un po' più triste...

Vorrei mandare tutto all'aria e fermarmi, stazionare sotto la pioggia che scroscia, come in quell'occasione, ormai son passati anni, eppure anche solo il ricordo di quel momento mi trae un po' di conforto. Era uno dei miei peggiori momenti di crisi adolescenziale, quando non riesci a capire chi sei veramente, quando non riesci a far capire agli altri chi sei, perchè nemmeno tu lo sai veramente, quando intorno a te c'è il deserto e tanta, tantissima pioggia tropicale che, sul tuo viso, sul tuo corpo, sopra l'uniforme del collegio, ti purifica e ti da pace. Si, mi sembra di sentirla ancora.
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