mercoledì 6 luglio 2011

Il linguaggio del cuore

“…human beings are not born once and for all on the day their mothers give birth to them, but…life obliges them over and over again to give birth to themselves.”
— Gabriel Garcia Marquez

In lingua originale è così: "Los seres humanos no nacen para siempre el día en que sus madres los alumbran, sino que la vida los obliga a parirse a sí mismos una y otra vez."
Pressappoco vuol dire : "Gli esseri umani non nascono per sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce ma la vita li obbliga a partorire se stessi più e più volte."

Mi pare che l' inglese la riempia di più....

E' una bella sintesi del concetto che, personalmente, do al vivere.
Stanotte ho sognato in inglese.
A cercarne il significato con Freud avrei molto da dire, anzi, da scrivere...

La tenda del soggiorno mi protegge da un raggio diretto del sole ma non gli impedisce di riflettersi su di essa, che è chiara, così che al passaggio di un'ape ne scorgo l'ombra; giorni affannati.

Il linguaggio. Le parole, le lingue. Se davvero fossi così sincera (avevo scritto spontanea ma, poi, ho fatto indietreggiare il cursore perchè non era il termine giusto) ti direi appena posso "ti amo" senza il timore di essere fraintesa.
In questo, gli antichi erano molto avvantaggiati: per quel poco che ne so di greco, per amore avevano almeno tre sostantivi, in base all'occasione.
In ebraico, invece, mi pare che se ne sprechino molte meno, di parole; se penso che neppure le vocali sono presenti (...per quel poco che so e ho letto di questa lingua). Ma l'etimologia ha un suo senso: ogni parola è strettamente legata ad un'altra da una stessa radice. E' una bellissima immagine.

A volte ho l'impressione che le parole siano come il tempo,:talvolta troppo, talvolta troppo poco nelle nostre mani...

Tutta questa riflessione è nata dal mio post precedente, quando annaspavo a tradurre con significato di cuore quella bellissima poesia di  Francisco Luis Bernardez, accorgendomi che, alcune volte,  più spesso di quanto credessi, il linguaggio del cuore non è traducibile.
In un'epoca in cui ci siamo abituati a fotografare il tutto e il nulla, con le immagini digitali che in un secondo sono lì a ritrarre cio' che gli occhi avevano visto un attimo prima del clic, vorremmo avere la stessa capacità di esprimere l'inesprimibile.  Ma ciò che per me è pianto, potrebbe essere per te sorriso.
Ciò che io intendo per relazione, magari per te è noia.
Ciò che intendo per amore, potrebbe non essere tale, per te.
E' realtà palpabile, ancor di più in questo nostro tempo, la difficoltà di avere un linguaggio comune, che vada oltre le barriere e che non necessiti traduzioni di sorta.

Una specie di Babele? non lo so. A volte mi viene da attribuire alla pigrizia questa colpa; quanto siamo, quanto sono disposta a sforzarmi a leggere nelle parole il loro vero significato? E ancora, al tono di voce, allo sguardo con cui si è pronunciata questa o quella frase.

Penso a come, ad esempio, Gesù guardasse i suoi dodici amici. Certo, nell'immaginario si pensa che vedesse dentro. Ma loro, come lo guardavano? E a come parlasse loro. Ai loro cuori. E loro, come lo ascoltavano?
E' da qui che, penso, devo ripartire. O come direbbe El Gabo,  "parirse a si mismo una y otra vez", cioè rinascere, ri-partorirsi. Dal cuore. Sempre da lui.
Forse assomigliaerei un po' di più alla mia tenda del salotto...
Lascierei intravedere quel raggio di luce, senza abbagliare.E  ridarei me stessa alla luce, e ne donerei di più anche agli altri. Oggi ci provo.    ^_^ .
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